Coronavirus: i test diagnostici

09-04-2020 I nostri specialisti Coronavirus: i test diagnostici

Si discute molto, in questi giorni, di test diagnostici da impiegare nel corso della pandemia e che darebbero informazioni diverse. Potrebbe chiarirci in modo semplice le caratteristiche e la funzione di questi test?

Semplificando le dico subito che esistono due tipi di test, un test molecolare e un test sierologico. Il primo serve ad identificare la presenza del virus in un individuo e viene impiegato per fare la diagnosi di infezione in atto. Il test viene effettuato su pazienti con i sintomi della malattia (sia quelli con tutti i sintomi classici noti, sia in quelli con sintomi meno evidenti), ma è molto importante anche nelle persone venute a contatto con i pazienti positivi (o clinicamente sospetti) almeno nelle 48 ore precedenti l’inizio delle manifestazioni cliniche. Questo al fine di bloccare in modo tempestivo possibili focolai di infezione. Il test viene effettuato sulle secrezioni prelevate mediante un tampone naso-faringeo, cioè una specie di cotton fioc che raggiunge in profondità la gola e le cavità nasali. Una volta ottenuto il materiale da testare si procede in laboratorio all’estrazione degli acidi nucleici presenti nel campione. L’ultima fase è quella dell’identificazione dell’RNA del virus SARS-CoV-2 mediante una reazione molecolare altamente sensibile e specifica. Negli ultimi giorni il Ministero della Salute ha indicato un elenco di kit utilizzabili per effettuare il test molecolare.

Chiarito a cosa serve il test eseguito con tampone, ci spiegherebbe in che consiste e a cosa serve il test sierologico?

Il test viene eseguito su un prelievo di sangue usando la sua componente liquida, il siero: da questo deriva il suo nome. Il test serve a rilevare la presenza di anticorpi specifici nei confronti del virus SARS-CoV-2: la loro presenza dimostra che un soggetto ha o ha avuto un’infezione da questo virus, in forma sintomatica o anche asintomatica. Gli anticorpi (o immunoglobuline) antivirali possono essere di due tipi: IgM e IgG. Le IgM generalmente si producono prima nel corso dell’infezione, a partire da 5-7 giorni dal suo inizio, e scompaiono dopo un certo numero di settimane. Le IgG compaiono un poco più tardi ma vengono prodotte in maggiore quantità e permangono più a lungo nel sangue (mesi o anni).  Nel caso dei microrganismi che infettano le vie respiratorie come SARS-CoV-2 si possono trovare anche IgA specifiche, utilizzabili come le altre immuglobuline a scopo diagnostico. Per capire meglio il possibile uso di un test sierologico si deve precisare che al momento la tempistica di produzione degli anticorpi nel corso dell’infezione da parte di un virus completamente nuovo per l’uomo come SARS-CoV-2 è ancora in fase di definizione e si devono introdurre due altri concetti, uno di tipo tecnico e uno relativo al significato di immunità. Come ogni test di laboratorio, il significato diagnostico di un test sierologico dipende dalla sua specificità e sensibilità. Quanto più questi valori sono elevati tanto più il test è affidabile, sia in caso di risultati positivi che negativi. Al momento, i valori di sensibilità e specificità dei test sierologici immessi in commercio sono in fase di valutazione. Allo stesso tempo è ancora da accertare se gli anticorpi antivirali specifici prodotti in una persona infettata con il virus SARS-CoV-2 rendono quella persona immune nei confronti dell’infezione, ovvero protetta in caso di un nuovo contatto con il virus. Lo stato di immunità può dipendere non solo dalla semplice presenza di anticorpi specifici, ma anche dalla loro “qualità” (per esempio capacità di neutralizzare un virus, ovvero di impedire la sua entrata nelle nostre cellule) e dalla quantità.
Detto questo i test sierologici possono avere diverse funzioni. Da un lato possono aiutare a fare diagnosi di infezione, soprattutto nei casi con scarsi sintomi in cui il test molecolare può avere risultato incerto. Possono, inoltre, permettere di individuare pazienti asintomatici che hanno avuto un’infezione da SARS-CoV-2 in particolari comunità e/o gruppi di individui in cui si sono verificati casi di infezione accertata. Possono, più in generale, servire nella ricerca e nella valutazione epidemiologica della circolazione virale, ovvero verificare in che percentuale della popolazione si è diffusa l’infezione del virus. Si parla, in questo caso, di studi di sieroprevalenza, molto importanti per definire strategie efficaci di contenimento o di prevenzione dell’infezione.

Quindi il beneficiario delle informazioni fornite dal test sierologico è sì il singolo individuo, ma anche l’intero Sistema Sanitario?

Sì, è proprio così. È necessario infatti costruire una conoscenza epidemiologica che permetta di gestire meglio la fase successiva a quella attuale di emergenza sanitaria.
Per questo però occorre che i test sierologici siano di qualità accettabile così da accertare in modo sufficientemente sicuro sia i casi “negativi” al test (ovvero senza anticorpi specifici e quindi suscettibili all’infezione del virus) sia quelli “positivi” (ovvero con IgG specifiche, che hanno già avuto l’infezione da SARS-CoV-2 in forma sintomatica o asintomatica). È presumibile, ma ancora da comprovare, che quest’ultimi siano persone immuni, ovvero siano protette nei confronti di nuove infezioni da parte dello stesso virus.
Come ho detto prima, attraverso studi controllati di sieroprevalenza, che utilizzino i test sierologici, sarà possibile avere dati utili sia per decisioni di politica sanitaria e, più in generale, di natura socio-economica.

Ma quindi il test sierologico ci potrebbe dare informazioni utili a programmare una ripresa delle attività e anche, in maniera limitata, della socialità?

Direi che avere queste informazioni è pregiudiziale per una programmazione del futuro. Occorre in questa fase mediare, in maniera quanto più consapevole possibile, fra due istanze contrapposte: da un lato ridurre il rischio residuo di disseminazione dell’infezione e quello di una ripresa del contagio in aree meno esposte della popolazione, dall’altro predisporre il ritorno graduale e protetto alle attività produttive. Per questa seconda necessità i risultati di test sierologici, gestiti secondo i criteri sopra esposti, possono dare un contributo rilevante.

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